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Le impedibili classifiche: guida in auto

Lascia un commento // Scritto il 27 lug 2008 // Personal

Io amo le macchine e amo guidare.
Poi ci sono gli altri. Quelli che guidano nello stesso momento in cui guido io, che rovinano tutto. Ecco per voi, quindi, l’imperdibile classifica delle trenta categorie che IO toglierei dalla strada.

L’80% degli omini col furgoncino (il 100% di quelli che ne guidano uno di colore bianco)
Tutti quelli che parcheggiano in doppia fila
Tutti quelli che parcheggiano in tripla fila
Tutti quelli che parcheggiano in doppia fila da un lato della strada quando dall’altro c’è già qualcuno in doppia fila (particolare accento su questo punto: quanto stupidi si può essere per fare una cosa del genere?)
L’80% dei vecchi
L’80% delle donne
Il 100% di donne vecchie
Chi guida con lo specchietto di destra piegato verso l’interno (attenzione: anche se non ve lo dicono a scuola guida questo è un segnale di pericolo più importante del triangolo bianco a bordo rosso col punto esclamativo)
Chi usa raramente la quarta marcia
Chi pensa che la rampa d’immissione abbia la precedenza sulla strada principale
Chi guida parlando al cellulare
Chi va in moto/motorino/scooter con il cellulare infilato tra casco e orecchio
Chi va in moto/motorino/scooter con il cellulare infilato tra casco e orecchio e sta facendo una telefonata
Chi va in bicicletta e pensa che al suo mezzo non si applicano le regole della strada (e invece si applicano, niente marciapiedi, passaggi col rosso o sulle strisce pedonali pretendendo precedenza!)
Chi va a piedi e pensa che il pedone abbia sempre la precedenza
Chi va a piedi spingendo una bicicletta e pensa, per la proprietà transitiva, di essere Dio
Chi mette la freccia da una parte e gira dall’altra
Chi mette la freccia da una parte e poi gira dalla parte giusta, ma duecento metri dopo
Chi lampeggia prima di OGNI incrocio
Chi lampeggia prima di OGNI incrocio anche quando segue da vicino qualcuno
Chi tiene accesi i fendinebbia quando non c’è nebbia
Chi va troppo piano
Chi va troppo veloce
Chi va troppo in giro
Chi non ha la misura della sua auto
Chi ha troppa fiducia nella misura della sua auto
Chi parcheggia davanti a te
Chi è fermo in doppia fila e parte mentre lo superi
Chi si mette in mezzo all’incrocio con 3/4 di macchina e poi ti ringrazia per averlo lasciato passare

Chi è tutte queste cose insieme: i tassisti.

Momento nostalgia: Giochi senza frontiere

5 Commenti // Scritto il 11 apr 2008 // Personal

Ah, la nostalgia. Quella cosa strana che arriva sempre quando non c’è qualcosa. Un sentimento di mancanza, come ce ne sono pochi.
E’ da un po’ che la nostalgia mi torna sotto mano. Per cose futili, per fortuna, che a ricordarle fa più piacere che male, giusto perchè ti ricordano un momento, un attimo, più o meno serio, che ora non c’è più.
Ho pensato, io che non penso mai a niente, che forse dovrei provare a raccogliere certe nostalgie per vedere di dare un po’ un senso a tutti questo pensare al passato. Il primo pezzo è questo qui.

Ieri ho sentito la sigla di Giochi Senza Frontiere, quasi per caso, e mi è tornata la nostalgia. Nostalgia di quando si giocava il jolly, che si raddoppiava il punteggio, o delle classifiche da leggere con prima i numero di punti acquisito e poi il nome della nazione, "dieci punti alla francia, nove all’italia, otto alla grecia, sette alla slovenia" e così via. La Slovenia, che tanti della mia generazione se la ricordano solo perchè avevano la tuta viola. E la Grecia che ce l’aveva blu e quando c’erano i giochi in piscina e le tute si bagnavano pensavamo sempre che era l’Italia, che era azzurra ma diventava blu quando si bagnava.
Poi ci hanno fatto le tute bianche e l’azzurro l’hanno dato alla Francia, così ci siamo risparmiati un sacco di malintesi.
L’arbitro Denis, che era francese per essere sopra le parti fino a quando non è entrata anche la Francia e noi sotto sotto, anche se ancora non eravamo tanto presi dagli arbitri venduti, qualche sospetto ce l’avevamo.

E la sigla, insomma, sentita per strada, con gli omini colorati che correvano e si lanciavano con delle liane colorate e alla fine tutti insieme tiravano su un grosso cappello da jolly tra gli applausi. Quella musichetta festaiola-evocativa che partiva rigorosamente dopo la strombazzante intro dell’Eurovisione, che ancora oggi quando la sentiamo, noi della Giochi Senza Frontiere Generation, ci aspettiamo che parta la sigla che diciamo noi.
Giochi senza Frontiere non si fa più. E’ molto costoso da organizzare e non si vende più tanto bene, perchè va in onda nel periodo estivo e gli sponsor non pagano molto di più se invece di quello metti la duecentesima replica della Mummia.
Adesso che l’Europa è unita, che le frontiere non ci sono più davvero, non si gioca più. C’è un certo Jereon Depraetere, che non so esattamente chi è o cosa fa nella vita, che lavora per l’EBU, l’European Broadcasting Union, che si è occupato di ri-organizzare i giochi, ma non c’è riuscito né nel 2007 né nel 2008. Forse non torneranno più, forse non saranno più belli come prima.

Alla RAI non interessano più, e anche altri paesi importanti si sono persi per strada la voglia di fare i giochi. Rimane qualche video su You Tube, un forum di appassionati italiani che si scambia materiale con persone dalla Slovenia (tuta viola!) e dal Portogallo.
La nostaglia, quel sentimento di mancanza, rimane lì. Io i giochi senza frontiere li rivorrei. Ne ho nostalgia.

Vento gelido teso

1 Commento // Scritto il 04 gen 2008 // Personal

Ho pensato ‘per l’anno nuovo non voglio fare buoni propositi la notte del 31′, che è di persè un proposito per l’anno nuovo. Quindi il nuovo anno è iniziato già con una cosa andata male.

Per il resto, anche se Capodanno è preso un po’ come momento generale di riassestamento, la nuda e cruda (e conosciutissima) verità è che è solo una nottata in cui anche gli insospettabili tirano svegli fino all’alba.
Il giorno dopo, è cambiato solo il calendario, generalmente.

L’ho detto così tante volte che le vacanze di Natale mi piacciono. Mi piacciono perchè, in qualche modo, c’è un po’ di quella pace che mi piace sempre assaporare in quei posti dove non ti aspetteresti: nelle sere di dicembre quando a lavoro non ci va nessuno, le strade sono semivuote e fredde, luminose e accoglienti nella loro promessa di solitudine.

Neanche questo cambia dopo Capodanno. Il primo gennaio, un vento gelido teso che pulisce il cielo e sporca i marciapiedi di fogli e petardi scoppiati, le quattro di pomeriggio e già i colori del tramonto che si riflettono sulle nuvole più basse.
Per strada siamo in pochi, i volontari della passeggiata ancora meno. Ho quasi la sensazione che quelli che incontro vogliano stringermi la mano per dirmi bravo che sono uscito anch’io.
Ho scoperto che non fare buoni propositi non è possibile, almeno per me. Il fatto di cambiare calendario, in qualche modo, porta quella strana eccitazione che ho quando mi regalano qualcosa di immacolato e pronto per essere riempito, come un quaderno, un’agenda, un iPod.
Tutto quello spazio vuoto creato perchè tu possa usarlo come meglio credi.
Spesso accade che il modo in cui lo riempi non è sempre straordinario e indimenticabile, ma qualche pagina riesci sempre a salvarla.

Insomma, eccomi alle quattro di pomeriggio, un vento gelido teso che pulisce il cielo e sporca i marciapiedi di fogli e petardi scoppiati, e faccio i miei propositi per l’anno nuovo.
Oh, state buoni, che non ve li sto a dire. Primo, perchè so distinguere le cose interessanti dalle cose pallose e, io so se è vero, i buoni propositi per l’anno nuovo generalmente sono cose pallose.
Principalmente, però, non li esterno perchè se poi dovessi (e succederà, ah se succederà) mancare di esaudirne qualcuno, nessuno mi potrà contestare il misfatto.

La scoperta è che farli alle quattro di pomeriggio, mentre passeggi respirando l’aria fredda e pulita, sorprendentemente pulita, e ti godi il primo giorno di sole dell’anno, è molto più facile che farli alle due e mezza di notte, al buio, con i brutti pensieri seduti di fianco al letto.

Buon 2008, comunque. Che il vento teso e gelido investa anche voi.

Idee ordinate per scrivere

Lascia un commento // Scritto il 15 ott 2007 // Personal

Dal sette maggio al quindici ottobre passano parecchi mesi. Non necessariamente in quei parecchi mesi succede qualcosa che ti faccia venire voglia di scrivere, o almeno che ti faccia venire davvero voglia di scrivere.

Scrivere non è per tutti, figuriamoci se può essere un’attività per tutti i momenti: per esempio, diffidate da chi vuole scrivere per riordinare le idee. Non vuole davvero riordinare le idee, e anche se motivato da buone intenzioni, semplicemente non può riuscirci. Puoi scegliere se scrivere dando un senso alle tue parole, o scrivere riordinando le idee. Entrambe le cose, insieme, non le puoi fare: prova a chiederlo ad uno scrittore.
Non c’è nessuno che prova a suonare riordinando le note, o a guidare riordinando i pedali, perchè non si può fare nulla mentre si riordina lo strumento che serve a farlo.

Quindi, diciamo che dal sette maggio al quindici ottobre ho riordinato le idee, e non avevo davvero voglia di scrivere. Ho pensato molto, qualche bell’inizio o qualche bella chiusura; potevo raccontare di qualcosa di bello, come le vacanze al mare, o con Lei, o come il ritorno dalle vacanze, con Lei. Dopotutto, non credo sia troppo onesto parlarne a gente che conosce sia me che Lei: non vorrei che la gente si riordinasse troppo le idee, sopratutto perchè molta di questa gente probabilmente vorrebbe poi scrivere mentre lo fa, producendo delle schifezze. Magari, cercheranno anche di propinarvele.

Vi basti leggere che non c’è stato bisogno di riordinare le idee per Lei. Le idee sono rimaste le stesse ed è passato tanto di quel tempo che non lo credevo possibile. Ho riordinato le idee per altro, su altre persone e su altri luoghi. Magari anche su altri obiettivi, perchè vivere sempre facendo la stessa strada, verso la stessa fine invisibile, a volte è più che deprimente.

Per il momento, ho le idee chiare: domani voglio dormire fino a tardi, e poi vedere Lei. Dopodomani, ho ventiquattr’ore per deciderlo.
Intanto, l’inverno freddo che ti congela le idee e ti favorisce la scrittura ancora non si vede: forse mi ricordo male io, ma di questi tempi qualche anno fa già si parlava di giorni di pioggia e profumo di neve in futuro. Oggi era solo un’altra domenica d’autunno in cui uscire per un gelato, che suona come "un altro giorno di pioggia per prendere il sole". Insomma, fuori stagione.

Ci sono tante altre piccole cose da dire: per esempio che ho comprato un libro che avevo letto tanti anni fa e che mi aveveno prestato. Il protagonista di quel libro, quel giorno di tanti anni fa, ero proprio io. Ora non più, perchè lui è rimasto scritto nelle pagine e io un po’ sono cresciuto: ma in tante cose ci somigliamo ancora. Ho promesso Alta Fedeltà allo scrittore del libro e l’ho riletto come si ritorna nel proprio quartiere in cui si è nati. E’ bello, magari vorresti anche passarci più tempo, ma sotto sotto senti che non è più la tua casa, anche se ci assomiglia parecchio. Solo, non abiti più lì.

Un’altra piccola cosa è che nello stesso mese ho visto il film dei Simpson e Taxi Driver. Nella stessa settimana American Psycho e American Psycho 2. Insomma, ho avuto tante serate libere, perchè le ho tirate lunghe fino a tardi. Ho vinto un Gran Premio di Kart e sono tornato a casa con una coppa che non varrà nulla, a detta dello stesso organizzatore, ma che è stata una soddisfazione.
Quel giorno è stato perfetto anche per la compagnia che avevo, e non ho mai detto a chi non sapeva se venire o no che il fatto che mi abbia seguito è stato bellissimo.
Ho passato una giornata al mare e mi sono preso un’ustione che non credevo possibile. Ancora una volta Lei ha rimediato.
Ho conosciuto gente nuova, comprato quattro biglietti per lo stesso concerto, e progettato di andare in America, quando sarò più grande. Sicuramente prima di morire, spero.
Per altre piccole cose dovrò riordinare le idee: apprezzate che non lo farò davanti ai vostri occhi, rubando il vostro tempo. Vi darò le idee ordinate quando avrò finito.

Una stupida bugia

Lascia un commento // Scritto il 06 feb 2007 // Personal

Era uno di quei giorni in cui Roma ce la metteva tutta per essere il più bella possibile. Mentre lui attraversava il centro per tornare a casa, guardava il paesaggio che scorreva intorno al motorino e si perdeva ad ammirare i colori. Il cielo senza nuvole, gli alberi spogli, le case che sfogliavano tutte le tonalità di rosso. Per un momento, solo per un battito di ciglia, lui provò a immaginare che, tornando a casa, avrebbe trovato lei ad aspettarlo.
Sentì qualcosa prenderlo allo stomaco, come una forte emozione improvvisa, che durò fino a quando riuscì a convincersi che non sarebbe stato così. Da quando era uscito di casa, non aveva smesso di pensare a lei neanche per un istante. Avrebbe voluto chiamarla e dirglielo, o ancora meglio averla lì e uscire in silenzio di casa mentre lei ancora dormiva.
Non poteva far altro che pensarle, invece, e chiedersi se lei facesse altrettanto o se invece in quel momento fosse presa da qualcos’altro.

Roma ce la metteva tutta ad apparire la città più bella del mondo, e ci riusciva. Lui avrebbe solo voluto non accorgersene: ci sarebbe riuscito solo se in quel momento avesse potuto scegliere di ammirare lei. Gli sarebbe bastato anche sentire la sua presenza, seduta dietro di lui sul motorino, poter allungare la mano e sfiorare le sue, ma sapeva che per quel giorno non avrebbe avuto niente di tutto questo. Gli tornò in mente l’idea che lei fosse a casa ad aspettarlo, e tornò a sentirsi stupidamente felice anche se sapeva che era una bugia.
Sperava solo di non doversi mentire a lungo, di averla presto tutta per sè. Roma era la città più bella del mondo, ma per la prima volta lui non era contento di essere solo ad ammirarla.

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