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Le mie dodici foto del 2008

2 Commenti // Scritto il 01 gen 2009 // L'ho fatto io, Personal

Lo fanno tutti, prima di Capodanno. Le dodici foto dell’anno. Perchè io no? Ecco le mie dodici foto dell’anno. Con i colori sbagliati, forse un po’ sfocate, ritoccate per niente. Sopratutto, non una per ogni mese, ma dodici foto a caso. Insomma, al mio solito modo di fare le cose.

1
Il tetto del terminal T4 dell’aeroporto di Barajas

Madrid, Spagna, 31/03/08 18.50

Il ritorno da una vacanza… particolare. Cinque mesi dopo, le cronache del grave incidente del volo SAS.


Il mare visto dal chiosco sulla spiaggia
Sabaudia, 26/08/08 18.36

Devo partire e interrompere le mie vacanze prima del previsto. Rimane il tempo per una cocacola ghiacciata all’ombra del chiosco alla fine di un’estate di vita tranquilla.


Il duomo e l’uscita della metropolitana
Milano, 3/06/08 15.19

In qualche modo, me l’aspettavo diverso. Più grande. Anche Milano me l’aspettavo diversa. Meno peggio, in fondo.



Il chiosco dei dolci all’autodromo di Donington Park
East Midlands (
Foresta di Sherwood), Inghilterra, 30/08/08 17.41

Il mio primo viaggio “di lavoro”. Nella foto, esattamente il tipo di chioschetto ambulante che ti aspetteresti di trovare in Inghilterra, con esattamente le condizioni meteo che ti aspettersti di trovare in Inghilterra a quattro giorni dalla foto del chiosco di Sabaudia.


Il muro della facoltà di Lettere di Roma 3
Roma, 18/02/08 10.59

Una scritta sul muro con una brutta verità. Mio nonno materno cadde da un impalcatura il 9 Aprile del 1959, poco prima di pranzo. Lasciò la moglie e sei figli, che ancora oggi, dal TG, sentono la loro storia ripetersi tutti i giorni all’infinito. Una morte “bianca”, si dice oggi. Come se il colore attenuasse la triste verità che negli ultimi cinquant’anni non è cambiato assolutamente niente.


Via Frediani, a Garbatella
Roma, 23/05/08 14.33

Questa la capiamo in pochi. Ma “il beato Frediani”, che poi lo farà un attore di prima fascia, rimane una delle migliori idee televisive dell’anno.


La mega insegna di un pub
Hasselt, Belgio, 04/10/08 23.01

Hasselt è la città col più grande cerchio di skateboard outdoor d’Europa, e pochissimo altro. E’ per questo che ci ritroviamo in questo pub dalla insegna appariscente e scopriamo che qui, se non hanno il giusto bicchiere per la birra che scegli, non te la portano proprio. Guai ad usarne un’altro.


La mia stanza da lettura nella casa al mare
Sabaudia, 05/08/08 14.00

Riscoperto il piacere della lettura all’ombra nei pomeriggi d’Agosto. Il libro era “La ragazza che giocava con il fuoco” di Stieg Larsson: uno scrittore che ho scoperto quanto mi mancherà.


Semplicemente Leonardo
Sabaudia, 17/08/08 17.42

Con tanti complimenti alla mamma e al papà del “nipotino acquisito” di tutti noi.


I tetti rossi nei dintorni di Piazza di Spagna
Roma, 16/10/2008 16.40

Ci sono lavori peggiori e posti peggiori in cui lavorare. E’ quello che penso quando la mattina prendo l’autobus all’ombra del Colosseo e, se proprio ho voglia, salgo fino sul tetto del palazzo a guardare i tetti degli altri.


Il tramonto visto dalla mia camera d’albergo al Nürburgring
Nürburg, Germania 20/09/08 19.46

Subito sotto la finestra, il rettilineo di partenza del nuovo Nürburgring, le struttre dei box ed il miglior tramonto automobilistico della storia. A destra, fuori campo, il castello di Nürburg e il vecchio Nordshleife, la pista più bella del mondo. Poche ore prima, ci giravamo urlando in un pulmino, e io cancellavo una voce della “lista delle cose da fare prima o poi nella vita”.


Il colosseo visto dallo specchietto del mio motorino
Roma, 23/06/2008 16.57

Puoi vedere tanti posti, secondo me, ma come casa non c’è niente. Se poi casa è la città più bella del mondo, quella che se guardi nello specchietto vedi una vista così, allora Casa ha la C maiuscola.

Il bello della fine

1 Commento // Scritto il 18 dic 2008 // Personal

Wow. Quest’anno è volato, letteralmente. Mi ricordo ancora piuttosto bene il vecchio capodanno, da quando sono uscito dalla doccia prima di uscire fino a quando sono andato a dormire, sul divano di casa mia.
E’ buffo, quella notte è stata proprio il contrario dell’anno che le è seguito: iniziò col botto e finì con un po’ di tristezza. Persino qualche lacrima nascosta.

Poi, poi andò tutto giù piano piano. Un po’ per colpa mia, sicuramente, perchè più le cose vanno male e più divento negativo. Un po’ perchè comunque se certe cose non vanno, non vanno. E’ andata così per sei mesi esatti, a pensarci bene, tutto sulla scia di quella notte di capodanno lì.
Penso che certe volte ti trovi semplicemente davanti ad un bivio, incazzarti perchè stai male o lasciar scivolare tutto via. Io ho scelto la seconda opzione, per indole più che per strategia. E’ scivolato tutto via: persone, cose, amore. A proposito di quello, in particolar modo, non è che sia stato proprio io a farlo scivolare via. E’ più stato tirato via, che poi comunque non cambia la sostanza.
Una tizia che ho conosciuto in Germania, in una notte in vena di confidenze tra sconosciuti (che sono le migliori di tutte) mi ha chiesto se mi sarebbe piaciuto tornarci insieme, a quella ragazza.
Le ho risposto che avrei voluto non perderla in principio, perchè ora non si tornava più indietro. Lei ha annuito perchè pure lei, ha detto, nei ripensamenti non ci crede.
Chissà se la rivedrò ancora, o se non ci ripenserà più.

La tizia della Germania è la seconda parte dell’anno. Quella iniziata con l’estate che piace a me, con un mese di mare e gli amici di sempre. Ho tenuto la manina del figlio di due di questi amici, con un po’ di magone. Io che con i ragazzini non ci so fare, me lo ritrovo in braccio per venti secondi in spiaggia. C’è una certa sensazione strana ad avere per le mani il figlio di qualcuno a cui vuoi particolarmente bene. E’ una cosa che non mi era capitata mai. Anche questo certe volte ti cambia il corso dell’anno.

E, dicevo, il viaggio in Germania. E in Inghilterra ancora prima, e in Belgio, Portogallo e Spagna subito dopo. Io che ho paura degli aerei, a cavarmela da solo negli aeroporti nonostante il panico pre-decollo. Sono corso dietro ad un campionato nuovo, per conto di un giornale importante che pensavo non mi chiamasse più. E’ stata un’esperienza fantastica. Per le persone che ho conosciuto, per quello che ho fatto, per i posti che ho visto. E’ stata una di quelle cose che ti fa sentire un po’ un privilegiato, pagato per respirare l’aria degli autodromi che sotto sotto è la migliore del mondo per quelli come me.
Spero che il prossimo anno ci sia un seguito. Nonostante gli aerei, ovviamente. Anche grazie alla paura di volare ho conosciuto tante persone. Alcune più spaventate di me, le altre erano hostess.

Tornato con i piedi per terra, è arrivato un altro lavoro, e un altro pacco di persone nuove. Per lo più gente piacevole, con le solite eccezioni in positivo e in negativo. La cosa migliore è potersi dedicare a coltivare qualcosa di nuovo, anche solo regalare un cioccolatino o aspettarsi per prendere l’autobus insieme e chiacchierare un po’.
Parlo sempre con un sacco di gente, però stasera ripensavo a qualcuna in particolare e al suo modo di farmi chiacchierare tanto, e di farmi ridere di gusto, che non è da tutti. E l’amore di sei mesi fa? Quello è scappato via, tornerà con un altro nome in futuro. Con le chiacchiere e le risate non c’entra: questo è il bello della fine delle storie d’amore, o dell’anno. Ti costringono a fare il bilancio, e a ricominciare da capo: certe volte, se sei fortunato come sono stato io, ti va più che bene.

@ work

Lascia un commento // Scritto il 07 nov 2008 // Personal

Non dovresti mai legare un momento ad
una canzone. Perchè le canzoni, sopratutto quelle che per te
rappresentano un momento triste o malinconico, tornano
all’improvviso: escono dalle cuffiette dell’iPod, dallo stereo della
macchina o dalla radiosveglia la mattina, ti distraggono e ti
costringono a ricordare quello che non vuoi. I tuoi giorni passano, e
scopri che quella canzone, come una prostituta qualsiasi, ha dato la
stessa emozione a tanta altra gente come te, uomini e donne, persone
comuni o speciali, che con te condividono l’amoreodio per certe
note.
Non dovresti mai legare un momento ad una canzone, perchè
ogni volta ti ricorda che le occasioni di voltare pagina non mancano
mai, anche se non te le vai a cercare.

La mattina azzurra di
Roma, i profili bianchi dei palazzi, e la stessa canzone. Un vecchio
sorriso in più da guardare da vicino e una pagina in più sul lato
sinistro di quel grosso blocco da appunti che ogni giorno ti ostini a
scrivere per fare in modo da avere qualcosa da rileggere prima o poi.
E una riga, sempre la stessa riga, che prima o poi torna ogni pagina.
Una riga senza canzone, perchè pretende come minimo tutta la
discografia, prima di mettersi anche lei sul lato sinistro e lasciare
spazio per qualcos’altro.

Le impedibili classifiche: guida in auto

Lascia un commento // Scritto il 27 lug 2008 // Personal

Io amo le macchine e amo guidare.
Poi ci sono gli altri. Quelli che guidano nello stesso momento in cui guido io, che rovinano tutto. Ecco per voi, quindi, l’imperdibile classifica delle trenta categorie che IO toglierei dalla strada.

L’80% degli omini col furgoncino (il 100% di quelli che ne guidano uno di colore bianco)
Tutti quelli che parcheggiano in doppia fila
Tutti quelli che parcheggiano in tripla fila
Tutti quelli che parcheggiano in doppia fila da un lato della strada quando dall’altro c’è già qualcuno in doppia fila (particolare accento su questo punto: quanto stupidi si può essere per fare una cosa del genere?)
L’80% dei vecchi
L’80% delle donne
Il 100% di donne vecchie
Chi guida con lo specchietto di destra piegato verso l’interno (attenzione: anche se non ve lo dicono a scuola guida questo è un segnale di pericolo più importante del triangolo bianco a bordo rosso col punto esclamativo)
Chi usa raramente la quarta marcia
Chi pensa che la rampa d’immissione abbia la precedenza sulla strada principale
Chi guida parlando al cellulare
Chi va in moto/motorino/scooter con il cellulare infilato tra casco e orecchio
Chi va in moto/motorino/scooter con il cellulare infilato tra casco e orecchio e sta facendo una telefonata
Chi va in bicicletta e pensa che al suo mezzo non si applicano le regole della strada (e invece si applicano, niente marciapiedi, passaggi col rosso o sulle strisce pedonali pretendendo precedenza!)
Chi va a piedi e pensa che il pedone abbia sempre la precedenza
Chi va a piedi spingendo una bicicletta e pensa, per la proprietà transitiva, di essere Dio
Chi mette la freccia da una parte e gira dall’altra
Chi mette la freccia da una parte e poi gira dalla parte giusta, ma duecento metri dopo
Chi lampeggia prima di OGNI incrocio
Chi lampeggia prima di OGNI incrocio anche quando segue da vicino qualcuno
Chi tiene accesi i fendinebbia quando non c’è nebbia
Chi va troppo piano
Chi va troppo veloce
Chi va troppo in giro
Chi non ha la misura della sua auto
Chi ha troppa fiducia nella misura della sua auto
Chi parcheggia davanti a te
Chi è fermo in doppia fila e parte mentre lo superi
Chi si mette in mezzo all’incrocio con 3/4 di macchina e poi ti ringrazia per averlo lasciato passare

Chi è tutte queste cose insieme: i tassisti.

Momento nostalgia: Giochi senza frontiere

3 Commenti // Scritto il 11 apr 2008 // Personal

Ah, la nostalgia. Quella cosa strana che arriva sempre quando non c’è qualcosa. Un sentimento di mancanza, come ce ne sono pochi.
E’ da un po’ che la nostalgia mi torna sotto mano. Per cose futili, per fortuna, che a ricordarle fa più piacere che male, giusto perchè ti ricordano un momento, un attimo, più o meno serio, che ora non c’è più.
Ho pensato, io che non penso mai a niente, che forse dovrei provare a raccogliere certe nostalgie per vedere di dare un po’ un senso a tutti questo pensare al passato. Il primo pezzo è questo qui.

Ieri ho sentito la sigla di Giochi Senza Frontiere, quasi per caso, e mi è tornata la nostalgia. Nostalgia di quando si giocava il jolly, che si raddoppiava il punteggio, o delle classifiche da leggere con prima i numero di punti acquisito e poi il nome della nazione, "dieci punti alla francia, nove all’italia, otto alla grecia, sette alla slovenia" e così via. La Slovenia, che tanti della mia generazione se la ricordano solo perchè avevano la tuta viola. E la Grecia che ce l’aveva blu e quando c’erano i giochi in piscina e le tute si bagnavano pensavamo sempre che era l’Italia, che era azzurra ma diventava blu quando si bagnava.
Poi ci hanno fatto le tute bianche e l’azzurro l’hanno dato alla Francia, così ci siamo risparmiati un sacco di malintesi.
L’arbitro Denis, che era francese per essere sopra le parti fino a quando non è entrata anche la Francia e noi sotto sotto, anche se ancora non eravamo tanto presi dagli arbitri venduti, qualche sospetto ce l’avevamo.

E la sigla, insomma, sentita per strada, con gli omini colorati che correvano e si lanciavano con delle liane colorate e alla fine tutti insieme tiravano su un grosso cappello da jolly tra gli applausi. Quella musichetta festaiola-evocativa che partiva rigorosamente dopo la strombazzante intro dell’Eurovisione, che ancora oggi quando la sentiamo, noi della Giochi Senza Frontiere Generation, ci aspettiamo che parta la sigla che diciamo noi.
Giochi senza Frontiere non si fa più. E’ molto costoso da organizzare e non si vende più tanto bene, perchè va in onda nel periodo estivo e gli sponsor non pagano molto di più se invece di quello metti la duecentesima replica della Mummia.
Adesso che l’Europa è unita, che le frontiere non ci sono più davvero, non si gioca più. C’è un certo Jereon Depraetere, che non so esattamente chi è o cosa fa nella vita, che lavora per l’EBU, l’European Broadcasting Union, che si è occupato di ri-organizzare i giochi, ma non c’è riuscito né nel 2007 né nel 2008. Forse non torneranno più, forse non saranno più belli come prima.

Alla RAI non interessano più, e anche altri paesi importanti si sono persi per strada la voglia di fare i giochi. Rimane qualche video su You Tube, un forum di appassionati italiani che si scambia materiale con persone dalla Slovenia (tuta viola!) e dal Portogallo.
La nostaglia, quel sentimento di mancanza, rimane lì. Io i giochi senza frontiere li rivorrei. Ne ho nostalgia.

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