Qualcuno a cui ispirarsi
3 Commenti // Scritto il 08 lug 2005 // Oggi ti consiglio...Io non lo so. Per la verità, credo di averne così tanti che potrei essere un puzzle riuscito male. Puzzle perchè cerco di raccogliere ciò che mi piace di più di tutte queste persone e riscito male proprio perchè cerco di farlo, ma quasi mai mi riesce.
Se dovessi scegliere, però, non avrei dubbi. Mi imponessero di prendere una persona e farne un modello, avrei un sola scelta. Si chiama Alex.
Alex nasce a Castel Maggiore, è più grande, è nato più di qualche anno prima di me. Ha lavorato per un po’ in Europa, poi col suo lavoro ha fatto impazzire l’America. Lì lo adorano tutti.
Poi, anche per Alex, arriva settembre 2001. Un mese che per tutti è indimenticabile.
Alex l’undici settembre è in Germania. Non gliel’ho mai chiesto, ma sono sicuro che anche lui si ricorderà benissimo quella data e cosa stava facendo quando l’ha saputo. Quattro giorni dopo, però, il settembre 2001 diventerà ancora più importante nella sua vita.
Il quindici settembre 2001, Alex sta lavorando. Come detto, in Germania. Poi qualcosa va storto. In pochi secondi succedono una serie di cose che lì per lì non capisce nessuno. Piano piano si realizza sotto gli occhi qualcosa che non avevamo mai visto. Dura tutto così poco che neanche facciamo in tempo a preoccuparci per quello che potrebbe succedergli, perchè la peggiore delle ipotesi si verifica mentre ancora stiamo lì a cercare di capire meglio.
A dir la verità, nessuno sa bene cosa sia successo. Una “stupida piroetta” la chiama lui. Poi arriva un altro Alex, che di cognome fa Tagliani ed è Canadese, a 320 km/h. Gli spezza in due la macchina, perchè lo prende nel punto più fragile del telaio, tra la ruota e la pancia laterale, e gli porta via le gambe.
Vedo la macchina, e ne manca un bel pezzo. Troppo per sperare che non si sia fatto niente.
Alex cerca di aprirsi la visiera del casco e di slacciare le cinture. Poi chiude gli occhi e per lui diventa tutto nero.
Per noi, spettatori impotenti, il mondo inizia a girare fortissimo intorno e non c’è modo di fermarlo.
Tirano fuori Alex. La scena è drammatica e chi l’ha vista non se la scorderà più. La scena prevede tanto sangue e tutto quello che si può fare per fermare un emorragia così grave. Ve la risparmio.
Quando lo vedo sulla barella, col collare, intubato e con una montagna di garze sterili un po’ ovunque, ho paura. Neanche mi rendo conto di piangere.
Avrebbero potuto mandarlo a Dresda. Secondo i medici che lo soccorsero, lì non erano attrezzati. Lo misero su un elicottero e decisero che avrebbe dovuto rimanerci un’ora, per arrivare a Berlino. Se ci fosse arrivato, forse avrebbe potuto salvarsi. Lì per lì sembrava una pazzia. Lo sembra tutt’ora, a pensarci bene.
Nel racconto c’è un altro personaggio. Anzi, altri due per la verità. Sono un uomo e una donna. L’uomo non ha nome, si sa solo che era tedesco ed era molto grosso. La donna si chiama Ashley Judd. Quella Ashley Judd. E’ moglie di un collega di Alex, e afferma di aver visto il signore tedesco urlare, mentre l’elicottero andava via nel silenzio generale, che Alex ce l’avrebbe fatta.
A Berlino, intanto, Alex arriva ancora vivo. Dopo otto ore d’intervento, esce dalla sala operatoria. La gamba destra amputata sotto il ginocchio, quella sinistra sopra. All’ospedale arrivano tutti i suoi colleghi. E’ passata un’ora e mezza dal momento del botto a quando è iniziata l’operazione. Aveva tenuto per se solo un litro di sangue, il resto lo ha lasciato in giro.
Passano quattro giorni. Alex esce dal coma farmacologico. Alex è rimasto con noi. Alex starà bene, ora dobbiamo solo aspettare.
Io quando lo vengo a sapere piango di nuovo. Non piango mai, ma quando si tratta di Alex mi è inevitabile. Così come piango quando lo si rivede in Tv, su Rai1. Sta bene e sorride.
A metà dicembre gli danno un premio. Alex è in platea con la sedia a rotelle, ma ha già le protesi. Poi, sparisce dal suo posto: lo hanno spinto dietro, nel backstage, perchè deve ritirare il premio e non può salire sul palco dalle scale.
Alex entra, seguito dallo staff che si sta occupando della sua riabilitazione.
E’ lì che Alex diventa un mito. Gli porgono la statuetta e lui molla la sedia a rotelle e si alza. Alex è di nuovo in piedi, dopo tre mesi dall’incidente. Non ve la dico neanche la mia reazione. Ma è la stessa di tutta la platea. E, infine, anche la sua. “Mi tremano le gambe” dice sorridendo.
Da lì in poi, Alex ha stupito il mondo. Se prima lo ha fatto come pilota, da quel momento in poi inizierà a farlo come uomo.
Tornerà a camminare, ad essere Alex. Dopo due anni dall’incidente, Alex torna in Germania. C’è da finire un lavoro, interrotto a tredici giri dalla fine da una stupida piroetta e da un incidente che gli ha cambiato la vita.
Ci lavorano su tanto, ma alla fine Alex, pure senza le gambe, riesce a rimettersi nella sua macchina e andrà a finire il lavoro, tra l’emozione del pubblico e la commozione dei suoi colleghi.
Alex fa gli ultimi tredici giri, quelli che mancavano in quella maledetta giornata. E li farà velocissimo. In quel week-end sarebbe stato il quinto tempo.
Quando l’ho incontrato per un’intervista, era in piedi davanti a me, ed è stato gentilissimo. Poi se n’è andato a mangiare, al tavolo vicino al mio. I meccanici lo ascoltavano mentre parlava e faceva ridere tutti.
Ce n’è abbastanza per voler provare a prendere esempio dal suo carattere. Ha fatto cose straordinarie, perchè ha un carattere e una forza di volonta straordinarie.
Dovendo scegliere una persona a cui ispirarmi, non posso fare a meno di pensare a lui.
Io non sono superman. Sono solo un tipo ottimista, che ha avuto una vita meravigliosa e continua ad averla, perchè sa apprezzare quanto di buono rimasto. Sono tornato al Lausiztzring anche per questo, per mostrare il pezzo di strada che ho fatto a chi è alla ricerca di un’ispirazione per risistemare la propria vita. Ma non prendetemi troppo sul serio. Forse la vera ragione che mi ha spinto a “finire” quella corsa è che, come dice mio cognato, sono un gran ruffiano e mi servava un finale straordinario per il libro.
Comunque mi sono divertito. E adesso, sotto con il resto.
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