Lunga premessa

Scritto il 11 giu 2006 // Personal.
C’è solo una cosa che non si può scrivere: le emozioni. Visto che, però, di emozioni è fatta la vita, quando scrivi un racconto, che sia un romanzo, una favoletta o una poesia, rischi sempre di scrivere qualcosa che con la vita vera c’entri poco. Appurato che a chi ti legge le emozioni non puoi scrivergliele, sei costretto a fargliele provare, scontrandoti contro l’indifferenza delle parole nero su bianco, pur sempre un mucchio di lettere buttate lì, che per un motivo o per l’altro qualcuno scorre velocemente, ma che non bastano da sole.
 
Serve manipolare la testa di chi legge, fargli arrivare ciò che scrivi trasmettendogli l’idea che non è lui ad animare con il suo pensiero il racconto, ma semplicemente che il racconto stesso è un dato di fatto. Il modo più meschino per lasciarlo di stucco, colpito e sofferente per qualcosa che succede ad un personaggio che ha conosciuto venti pagine più indietro, è quello di farlo affezionare. Affezionare a tal punto che poi, se questo personaggio muore, triste e da solo, chi ti legge ci rimanga male come se fosse una persona che conosceva davvero. Una di quelle che non ci uscivi la sera ma che comunque vedevi tutti i giorni e ti fa effetto che la sua vita non ci sia più. Che sia una lei infragilita dalla solitudine che decide di farla finita sul divano di casa con la siringa in mano, o un giovane soldato buttato in una guerra molto più grande della sua esperienza, a chi ti legge poco importa: se non ha un motivo per amare quel personaggio, non proverà alcuna emozione, e finirai con l’aver scritto l’ennesimo mucchio di parole.
Anche se è strano dirlo, il giorno che una brusca contadinona ti rapisce perchè Misery non deve morire, puoi considerarti un grande scrittore. Non è per le parole che la contadinona ti tiene drogato nel letto e ti costringe a scrivere un finale diverso, ma è perchè il tuo racconto è diventato una vicenda, un qualcosa in cui si vuole troppo bene ai personaggi per rimanere inermi a sentire della loro morte.
 
So che avete già visto il testo della canzone sotto e che tutto sommato questa premessa è un po’ lunga, di solito si butta lì il testo e chi lo conosce manco lo legge. Poi, sia chiaro, l’autore non lo scopro io oggi e non sono neanche la persona più adatta per parlarne. Però m’è capitato sotto mano questo mucchio di parole, l’ho letto con attenzione, e ho pensato che i grandi scrittori ci mettono molte pagine a farti affezionare ad un personaggio, questo qui, invece, solo una quindicina di righe. Quando ti lascia in sospeso, con il soldato che passa la frontiera in un giorno come tanti altri, inizi a temere che gli succeda qualcosa. Quando poi arriva la consapevolezza che la sua vita finirà quel giorno, in quel momento, quasi verrebbe da protestare. E’ lì che capisci che, senza dubbio, questa è arte.
 
Dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma son mille papaveri rossi.
 
Lungo le sponde del mio torrente
voglio che scendano i lucci argentati
non più i cadaveri dei soldati
portati in braccio dalla corrente.
Così dicevi ed era inverno
e come gli altri verso l’inferno
te ne vai triste come chi deve
il vento ti sputa in faccia la neve.
 
Fermati Piero ,fermati adesso
lascia che il vento ti passi un po’ addosso
dei morti in battaglia ti porti la voce
chi diede la vita ebbe in cambio una croce
ma tu no lo udisti e il tempo passava
con le stagioni a passo di giava
ed arrivasti a varcar la frontiera
in un bel giorno di primavera.
 
E mentre marciavi con l’anima in spalle
vedesti un uomo in fondo alla valle
che aveva il tuo stesso identico umore
ma la divisa di un altro colore
Sparagli Piero, sparagli ora
e dopo un colpo sparagli ancora
fino a che tu non lo vedrai esangue
cadere in terra a coprire il suo sangue
e se gli sparo in fronte o nel cuore
soltanto il tempo avrà per morire
ma il tempo a me resterà per vedere
vedere gli occhi di un uomo che muore
 
[...]
 
cadesti in terra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che il tempo non ti sarebbe bastato
a chiedere perdono per ogni peccato
Cadesti interra senza un lamento
e ti accorgesti in un solo momento
che la tua vita finiva quel giorno
e non ci sarebbe stato un ritorno
Ninetta mia crepare di maggio
ci vuole tanto troppo coraggio
Ninetta bella dritto all’inferno
avrei preferito andarci in inverno
e mentre il grano ti stava a sentire
dentro alle mani stringevi un fucile
dentro alla bocca stringevi parole
troppo gelate per sciogliersi al sole
dormi sepolto in un campo di grano
non è la rosa non è il tulipano
che ti fan veglia dall’ombra dei fossi
ma sono mille papaveri rossi.

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