Archivio di dicembre 2005

Vino rosso e taddei-totti-nonda

2 Commenti // Scritto il 15 dic 2005 // Personal
Ogni giorno sento che va peggio. Improvvisamente ho realizzato tutte le preoccupazioni delle persone intorno a me: malattie, bilanci, vite, futuri, passati e stramaledetti presenti.
Erano tutte sotto i miei occhi ma fino a ieri non le vedevo, o forse non volevo vederle. Adesso sto davvero male, e non so che fare. Ho mollato tutto perchè non riesco a distogliere i miei pensieri da scenari brutti e, per certi versi, inevitabili.
Sto sperando con tutte le mie forze che arrivino le feste, che per cinque giorni nessuno parli più di queste cose e che l’unico oggetto di cui lamentela sia l’aver mangiato troppo. Non voglio sapere cosa succederà domani, perchè potrebbe buttarmi ancora più giù, e la notte faccio fatica a dormire perchè col buio è tutto più duro da affrontare. Non riesco neanche a parlarne con lei, che ha capito meglio di me e che ha già affrontato parecchio più di me. Ci siamo aiutati a vicenda in tanti momenti e ora io non posso più niente per lei e lei non può più niente per me. E’ stata la nostra conclusione malinconica di una serata da vino rosso e taddei-totti-nonda.
Che quasi sempre bastava, fosse anche lei da sola, a far finta per un po’ di stare meglio. Di stare bene. Stavolta non va niente, nel momento in cui credevo di aver vinto e di non dover essere più depresso ogni cazzo di inverno, ci sono di nuovo.
Sempre che la settimana passi presto, che magari passa anche il resto. Se no, tanti auguri comunque.

Bologna e piove

4 Commenti // Scritto il 09 dic 2005 // Personal
Posto raramente testi di canzone, perchè lo sappiamo tutti che sono un buon modo per aggiornare il blog senza perdere troppo tempo. Ma, tutto sommato, questa non riesco proprio a non scriverla qui, perchè è una canzone tanto diversa dagli altri "testi da blog". E’ solo un po’ vecchiotta, ma non è mai troppo tardi.
 
Mi fermo al semaforo, e aspetto qui
Poi tu passi, sola
Illudimi
Che durerà x sempre quest’attimo di te che sembra un sogno
Che porta via
Ci sei tu, davanti a me, ci sei tu
E mille gocce che… cadono!
Se fossi acqua incontrerei la linea del tuo viso
Bologna e piove
Bologna e piove
Immaginare un dove senza esserti vicino
Bologna e piove
Bologna e piove
Ti guardo mentre attraversi
E intanto il mondo fuori
Inspiegabilmente resta fermo, nel traffico
Ci sei tu, davanti a me, ci sei tu
E mille gocce che… cadono!
Se fossi acqua incontrerei la linea del tuo viso
Bologna e piove
Bologna e piove
Immaginare un dove senza esserti vicino
Bologna e piove
Bologna e piove
Si accende il verde ora, mi guardo attorno
Mi accorgo solo adesso di quanti sguardi fissi
Hai addosso tu, hai addosso….
E loro sono me
Se fossi acqua incontrerei la linea del tuo viso
Bologna e piove
Bologna e piove
Immaginare un dove senza esserti vicino
Bologna e piove
Bologna e piove
 
F.P.

Doppiosenso

Lascia un commento // Scritto il 05 dic 2005 // Personal
Ora anche le luci sono palline colorate, sospese sulla strada. Meno ci vedi e più ascolti, e più ascolti più annusi l’aria intorno. Provi a cogliere ogni discorso che ti sfiora, o a capire cosa succederà solo dal profumo che ti circonda. In ogni periodo dell’anno ci sono odori e suoni così forti che non possono essere persi. Ora nell’aria c’è quello della pioggia, dominante, insieme a quello delle foglie bagnate. Sembra una pazzia, ma sono due odori diversi e tutti e due legati all’autunno. E’ come vedere il cielo scuro, gli ombrelli aperti e i fari delle macchine accesi. Solo che non lo vedi, te lo immagini.
Mi manca l’aria di castagne bruciate sul fuoco, un odore caldo come quello che c’era tanti anni fa. Vorrei sentirlo ancora mischiato a terra e legna bagnata, a quello inconfondibile della brace, a quello dei guanti per aprire i ricci caduti dagli alberi. Il rumore era quello del fuoco che prende i legnetti da ardere, dei passi sull’erba con gli scarponi, delle voci familiari in lontananza.
La cosa peggiore della memoria è che non c’entra niente col ricordo. La memoria cambia le forme e i colori, pur di non deluderci. Ricompone i nostri vecchi ricordi frammentati con pezzi verosimili, e tutto ciò che è contorno, come l’odore e il rumore di quei giorni oramai in bianco e nero, non esiste più.
Più penso a quei giorni, più la mia memoria prova ad aggiungere qualcosa che non c’era davvero. Come l’amore, per esempio. C’è un età in cui può sembrarti tale e poi basta un anno per capire che tutti quei suoni e quegli odori sarebbero stati comunque splendidi anche senza tutte quelle bugie dette a me stesso. Capisci che la prima volta che ti emozioni un po’ più del solito non sei innamorato, sei solo più coinvolto. Non solo senza si sopravvive: si vive meglio.
Dicembre non era sempre e solo certi odori. Natale era anche odore di cioccolato e agrumi. Di cera bruciata, che è eccitante di suo perchè per me le candele sono sempre state qualcosa di speciale. Molto vicino all’albero si respirava odore di plastica, perchè era finto. E ogni anno lo montavo e lo osservavo spoglio pensando che era una visione triste. Passavo due giorni a metterci su tutto quello che serve perchè fosse almeno bello come quelli veri, che è meglio che stiano dove devono stare, almeno loro. Amavo troppo l’odore e i suoni dei boschi veri per pretendere di portarmene a casa un pezzo e usarlo per abbellire il mio Natale.
Negli ultimi anni c’è sempre stato anche il suo profumo. Mischiato con quello dello champagne. Poi dicembre finiva con l’odore acre della polvere da sparo, di qualche bevanda meno costosa e, chissà, anche della neve. Che, è risaputo, se ne frega (a proposito: grazie a chi di dovere per il semplice fatto di aver scelto il mestiere che fa).
Dicembre di nuovo, anche stavolta. Voglio farmi bastare il profumo dell’aria e di ciò che circonda, il rumore della pioggia che copre tutti gli altri e sperare che quando riaprirò gli occhi sia tutto un po’ diverso. Solo un po’.

Birkenau e il freddo

1 Commento // Scritto il 02 dic 2005 // Oggi ti consiglio...
Lunedì, Cracovia. Viaggio insieme a 200 studenti romani. Parto con l’autobus alle 7:45. A Birkenau passo vicino alle case costruite nel campo. Ci sono le aiuole con i fiori. E’ possibile vivere tranquilli davanti a un campo di sterminio? Quanto bisogna allontanarsi per dimenticarlo? Accanto alle camere a gas Piero Terracina si ricorda di un camion che scarivcava i corpi da bruciare nelle fosse. Parlo con un ragazzo che va a scuola alla Rustica, nella zona est di Roma. Non è possibile capire una storia così terribile perchè non rassomiglia a niente di quello che ci è capitato. Bisogna fare collegamementi, pescare nell’esperienza. Lui mi parla di suo nonno che da trent’anni fa i conti col tumore.
Ore 12.00, c’è il sole. Difficile parlare di sterminio in una bella giornata. Nessuno dei deportati se lo ricorda così Birkenau. Sami Modiano è tornato per la prima volta oggi. Si commuove e fa commuovere tutti, chiede “come abbiamo fatto a sopravviere?” Non morì perchè c’era da uccidere gli ebrei di Ungheria, lui fu prelevato per scaricare patate e si salvò. In questo autunno polacco che sembra una primavera romana riusciamo a capiscri qualcosa del nazismo solo perchè qualcuno ce lo racconta. Senza la memoria anche Auschwitz diventa un villaggio per vacanze. Kinderblock, baracca per i bambini. Nel ’44 Tatiana e Andrea Bucci avevano 5 e 7 anni. Josef Mengele le aveva scambiate per gemelle e voleva studiarle. Anche la madre era con loro a Bikenau. Le andava a trovare di nascosto. Gli ricordava il nome. Cercava di vaccinarle. Perchè il nazismo non è solo il campo di sterminio, ma soprattutto il pensiero che l’ha istituito.
Per convincere le persone a compiere un genocidio non si usa la violenza. Un pazzo può entrare in un supermercato e sparere a una decina di clienti, ma non si uccidono milioni di persone con la pazzia. Ci vogliono leggi e burocrati, una classe dirigente con le sue industrie e i suoi capitali. Ci vuone un pensiero che porti a pensare gli altri come esseri inferiori, a dimenticare le somiglianze. Anche gli Hutu in Ruanda chiamavano i Tutsi scarafaggi e ne massacrarono un milione in tre mesi. Ma il nazismo e le istituzioni che gli somigliano cercano di convincere anche la vittima che non è più umana. Gli si toglie tutto fino a renderla un “uomo vuoto” scrive Primo Levi “pochè accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso.”
Quello nazista è un contro-battesimo che toglie l’identità. Terracina racconta del suo contronome, il 5506. Il numero è semplice, ma è difficile riconoscerlo quando ti chiama un tedesco. Può essere 5506, 55-0-6, 5-50-6… e chi non rispondeva era punito con venticinque bastonate. una ragazza di Bergamo che studia a Roma mi dice che si è praparata leggendo, poi ha riempito la valigia di maglioni. Pensava al freddo che i deportati raccontano più della fame. Non è paragonabile a quello che sentiamo in queste ore mentre se ne va il sole su Birkenau, ma le storie che abbiamo ascoltato insieme a questa sensazione sgradevole che scompare appena rimontiamo sugli autobus ci racconta qualcosa. Il nazismo finisce, ma il freddo rimane.
A.C.
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