Birkenau e il freddo

Scritto il 02 dic 2005 // Oggi ti consiglio....
Lunedì, Cracovia. Viaggio insieme a 200 studenti romani. Parto con l’autobus alle 7:45. A Birkenau passo vicino alle case costruite nel campo. Ci sono le aiuole con i fiori. E’ possibile vivere tranquilli davanti a un campo di sterminio? Quanto bisogna allontanarsi per dimenticarlo? Accanto alle camere a gas Piero Terracina si ricorda di un camion che scarivcava i corpi da bruciare nelle fosse. Parlo con un ragazzo che va a scuola alla Rustica, nella zona est di Roma. Non è possibile capire una storia così terribile perchè non rassomiglia a niente di quello che ci è capitato. Bisogna fare collegamementi, pescare nell’esperienza. Lui mi parla di suo nonno che da trent’anni fa i conti col tumore.
Ore 12.00, c’è il sole. Difficile parlare di sterminio in una bella giornata. Nessuno dei deportati se lo ricorda così Birkenau. Sami Modiano è tornato per la prima volta oggi. Si commuove e fa commuovere tutti, chiede “come abbiamo fatto a sopravviere?” Non morì perchè c’era da uccidere gli ebrei di Ungheria, lui fu prelevato per scaricare patate e si salvò. In questo autunno polacco che sembra una primavera romana riusciamo a capiscri qualcosa del nazismo solo perchè qualcuno ce lo racconta. Senza la memoria anche Auschwitz diventa un villaggio per vacanze. Kinderblock, baracca per i bambini. Nel ’44 Tatiana e Andrea Bucci avevano 5 e 7 anni. Josef Mengele le aveva scambiate per gemelle e voleva studiarle. Anche la madre era con loro a Bikenau. Le andava a trovare di nascosto. Gli ricordava il nome. Cercava di vaccinarle. Perchè il nazismo non è solo il campo di sterminio, ma soprattutto il pensiero che l’ha istituito.
Per convincere le persone a compiere un genocidio non si usa la violenza. Un pazzo può entrare in un supermercato e sparere a una decina di clienti, ma non si uccidono milioni di persone con la pazzia. Ci vogliono leggi e burocrati, una classe dirigente con le sue industrie e i suoi capitali. Ci vuone un pensiero che porti a pensare gli altri come esseri inferiori, a dimenticare le somiglianze. Anche gli Hutu in Ruanda chiamavano i Tutsi scarafaggi e ne massacrarono un milione in tre mesi. Ma il nazismo e le istituzioni che gli somigliano cercano di convincere anche la vittima che non è più umana. Gli si toglie tutto fino a renderla un “uomo vuoto” scrive Primo Levi “pochè accade facilmente, a chi ha perso tutto, di perdere se stesso.”
Quello nazista è un contro-battesimo che toglie l’identità. Terracina racconta del suo contronome, il 5506. Il numero è semplice, ma è difficile riconoscerlo quando ti chiama un tedesco. Può essere 5506, 55-0-6, 5-50-6… e chi non rispondeva era punito con venticinque bastonate. una ragazza di Bergamo che studia a Roma mi dice che si è praparata leggendo, poi ha riempito la valigia di maglioni. Pensava al freddo che i deportati raccontano più della fame. Non è paragonabile a quello che sentiamo in queste ore mentre se ne va il sole su Birkenau, ma le storie che abbiamo ascoltato insieme a questa sensazione sgradevole che scompare appena rimontiamo sugli autobus ci racconta qualcosa. Il nazismo finisce, ma il freddo rimane.
A.C.

Un commento finora, qualcosa da aggiungere?

  1. Nur  wrote:

    Grazie

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