Archivio di ottobre 2005

C’erano una volta…

Lascia un commento // Scritto il 04 ott 2005 // Personal

Potrei non scrivere niente ancora per un po’, solo che sento la voglia di sfogarmi e di farlo senza che qualcuno interrompa.
Vorrei non aver dato questo link a nessuno, perchè non vorrei domande da chi leggerà.
C’era una volta una splendida violinista, che passava i pomeriggi a riempire la sua cameretta con le pareti rosa di note più o meno riuscite mentre si esercitava sui classici e, di nascosto dal maestro, infilava i suoi assoli in canzoni di tutt’altro genere. Ogni tanto, quando smetteva di vergognarsi e provava a far sentire qualcosa a quelli che, come lei, in quegli anni della loro vita si dedicavano a capire come far funzionare uno strumento, ne riceveva solo complimenti.
Io ero uno di quelli, a metà tra l’ammirazione per la sua bravura e la sua bellezza. Passarono sei mesi tra i primi messaggi, gli sguardi, il cercarsi, il primo bacio e tutto ciò che si portò dietro. Poi lei partì, si allontanò, e non la sentii più suonare il violino.
Quello che mi rimase di lei era una lettera che scrisse sui banchi di scuola e una montagna di ricordi che ancora oggi sono così nitidi da sembrare recenti.
Se ripenso a lei adesso, la rimpiango. A suo tempo, credevo che senza la lontananza saremmo rimasti insieme per sempre. Ora sono convinto che i chilometri tra noi furono solo una brusca accelerazione ad un processo che avrebbe ottenuto gli stessi risultati con meno rapidità.
Di come finì e di come uscì dalla mia vita, però, continuo ad avere un grosso rimpianto, ereditato dai ricordi di quei giorni e condito dall’innocenza che avevo quando lo provai la prima volta. Ma di lei continua a rimanermi un bel ricordo.
Ogni persona che incrocia la tua vita ti cambia un po’. Lei fu l’unica a non cambiarmi in peggio.
Dopo di lei ne arrivarono altre. Ce ne sono state un paio da barzelletta, talmente comiche nel loro modo di pensare e di agire nei miei confronti che a ripensarci adesso mi chiedo come ho fatto a sopportarle. Troppo intente a mentirmi sulle piccole cose, a dirmi "sì" per dire "no", troppo convinte che fossi poco attento a loro per non rendersi conto che erano al centro della mia vita.
Una l’ho anche incontrata di nuovo: nel rivederla ho rivisto tutte quelle situazioni in cui avrei dovuto decidere di lasciarla e sono stato abbastanza impersonale da dispiacermene. Solo che averla lì davanti, con quello sguardo che sembra sempre volersi lamentare di qualcosa che non hai fatto, mi ha fatto venire la nausea. Abbiamo avuto trenta giorni e l’ultimo di questi, tra una foto ricordo e l’altra, me ne sono andato senza che se ne rendesse conto. Senza salutarla. Mi ha scritto di esserci rimasta male. Mai quanto me durante le tue scenate.
Per fortuna non tutte le storie finiscono male. Ma ognuna di queste mi ha tolto un pezzo, strappato un illusione e mi ha reso disincantato su qualsiasi tipo di sentimento. Il conforto, in questi anni, è stato vedere persone affannate alla ricerca della dimostrazione che il vero amore esiste. Visti da fuori, i loro veri amori erano, più semplicemente, affannosa privazione dei propri bisogni se questi non erano soddisfatti. Con tanto di brutto muso quando gliel’ho fatto presente.
Ma il più delle volte è così. E’ quello che logora i rapporti, e finora ho visto solo rapporti logorarsi, o diventare assurde routine dove si entra nell’ordine di pensieri che ci sia solo una persona per te e che sia quella che hai in quel momento. Smetti di cercare qualcosa di meglio per paura di perdere quel poco che hai.
Ma non me ne voglio occupare dei problemi sentimentali della gente. Perchè la gente non è affatto contenta di sapere come la penso su queste cose. Io sono convinto che sia perchè gli sbatto in faccia le cose per come sono realmente, e lo dico con la presunzione di chi si è rimangiato (e si sta rimangiando) un milardo di "te l’avevo detto".
Ma è vero anche per gli innamorati che leggono, per quelli che non vogliono credermi a tutti i costi, che ogni storia ti peggiora un po’.
A onor del vero, credo che non sia così semplice, ma sono sicuro che valga quasi sempre. Per me, almeno, è così. Ogni volta che è finito qualcosa in cui credevo, mi sono sentito privato della parte di me che più si era messa in gioco. La voglia di condividere i problemi, di voler essere disponibile, di voler lasciare che il suo stato d’animo fosse più importante del mio. In tutti questi casi le cocenti delusioni rimediate mi hanno indicato una sola strada: cambiare in vista della prossima volta. Non offrire più il fianco ferito.
C’è stata una fotomodella. Mancata, come l’apostrofo io. Dall’alto della sua infinita pazienza e autoironia, non ha mai messo il broncio per una battuta. Non è da tutte.
Lei c’è stata e forse nessuno lo sa bene fino in fondo. Sanno una nostra versione, vera per un paio d’anni e non per un mucchio di mesi. Anche per noi c’è stato un pretesto, come con la violinista. Come per la violinista, l’unico peggioramento rimediato dal suo andare via è stato non lasciare scampo al futuro. Non essere mai stata un modo per incasinare tutto, essendo sempre sincera nelle sue risposte, decisa nel capire quello che voleva e diretta nel farmelo capire. Lasciandomi libero di fare altrettanto.
Forse il pretesto che ha portato lontana la fotomodella è stato solo un modo per non lasciare che anche lei fosse l’autrice di qualche pezzo portato via. Quando se ne va una così, lascia poco margine d’errore alle altre. Mi monto la testa.
C’era modo di credere che potessero cambiare le cose, però. Avevo ritrovato la voglia di mettermi in gioco, di provare a essere diverso dal solito. Ero pure disposto  a fregarmene se non era tutto come dicevo io.
Alla fine, anche la fotomodella ha firmato un mio peggioramento: quando non ti alleni a perdonare i difetti altrui, non hai più la forza di farlo quando serve.
Fa paura, a pensarlo adesso, col buio. E con qualche risposta ancora da dare.

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