Archivio di luglio 2005

Senza certezze

Lascia un commento // Scritto il 12 lug 2005 // Personal
E se, un giorno, svegliandovi, scopriste che tutte le cose che nella vita definite "certe" non valgono più? Se aprendo il rubinetto non uscisse più acqua, oppure premendo l’interruttore non si accendesse la luce, quale sarebbe il vostro primo pensiero? E’ un periodo di interrogativi strani. Il vostro letto si trova in una posizione diversa nella stanza rispetto a quella che aveva quando vi siete addormentati. I quadri sui muri hanno altri soggetti. O, meglio ancora, sono spariti. Potreste pensare che vi siete svegliati in casa di qualcun altro. Ma se invece la casa fosse la vostra, solo cambiata completamente nell’arredamento, come ve lo spieghereste? Un certo Bennett inizia le duecento pagine del suo "Nudi e Crudi" con l’immagine di una coppia che rientrando a casa non può fare a meno di scoprire uno dei più clamorosi furti della storia: sono sparite le pellicce, l’argenteria e i gioielli. Ma anche i tavoli, le librerie, l’arrosto nel forno e il forno stesso. La moquette è stata strappata da terra e l’unica cosa che rimane sono le porte attaccate ai cardini. Certezze spazzate via in pochi secondi. La nostra vita è pensata per non poter incontrare imprevisti di questo tipo. Non possiamo accettare di non bere quando abbiamo sete, o di mangiare quando ci pare. Figurarsi se possiamo accettare di svegliarci nella nostra casa arredata in maniera diversa da come la ricordiamo. Ci verebbero i nervi solo se ai comandi del nostro mouse il puntatore decidesse di fare sciopero e andarsene dove vuole lui, figurarsi se sopporteremmo imprevisti più grossi. Ma tutto sommato, riflettendoci su, qualcuno gli imprevisti li sopporta. Sono persone che mi piacciono. Adattabilità. Io, nel mio piccolissimo, l’ho imparata fin da bambino, per una serie di motivi che sembrano stupidi fin quando non li vivi. E sono cose che, secondo me, servono. Poi trovi quelli che non sanno adattarsi e ti diverti un mondo a creare imprevisti solo per quello.
Bastardo nel midollo.

Qualcuno a cui ispirarsi

3 Commenti // Scritto il 08 lug 2005 // Oggi ti consiglio...
Voi ce l’avete un mito, un idolo, una persona che stimate più di ogni altra o, più semplicemente, qualcuno a cui ispirarsi?
Io non lo so. Per la verità, credo di averne così tanti che potrei essere un puzzle riuscito male. Puzzle perchè cerco di raccogliere ciò che mi piace di più di tutte queste persone e riscito male proprio perchè cerco di farlo, ma quasi mai mi riesce.
Se dovessi scegliere, però, non avrei dubbi. Mi imponessero di prendere una persona e farne un modello, avrei un sola scelta. Si chiama Alex.
Alex nasce a Castel Maggiore, è più grande, è nato più di qualche anno prima di me. Ha lavorato per un po’ in Europa, poi col suo lavoro ha fatto impazzire l’America. Lì lo adorano tutti.
Poi, anche per Alex, arriva settembre 2001. Un mese che per tutti è indimenticabile.
Alex l’undici settembre è in Germania. Non gliel’ho mai chiesto, ma sono sicuro che anche lui si ricorderà benissimo quella data e cosa stava facendo quando l’ha saputo. Quattro giorni dopo, però, il settembre 2001 diventerà ancora più importante nella sua vita.
Il quindici settembre 2001, Alex sta lavorando. Come detto, in Germania. Poi qualcosa va storto. In pochi secondi succedono una serie di cose che lì per lì non capisce nessuno. Piano piano si realizza sotto gli occhi qualcosa che non avevamo mai visto. Dura tutto così poco che neanche facciamo in tempo a preoccuparci per quello che potrebbe succedergli, perchè la peggiore delle ipotesi si verifica mentre ancora stiamo lì a cercare di capire meglio.
Pochi secondi prima del caos, Alex racconta di aver pensato “è fatta”. Un altro lavoro portato a termine e fatto alla grande. “E invece non era fatta un cacchio”, prosegue quando racconta quel giorno.
A dir la verità, nessuno sa bene cosa sia successo. Una “stupida piroetta” la chiama lui. Poi arriva un altro Alex, che di cognome fa Tagliani ed è Canadese, a 320 km/h. Gli spezza in due la macchina, perchè lo prende nel punto più fragile del telaio, tra la ruota e la pancia laterale, e gli porta via le gambe.
Vedo la macchina, e ne manca un bel pezzo. Troppo per sperare che non si sia fatto niente.
Alex cerca di aprirsi la visiera del casco e di slacciare le cinture. Poi chiude gli occhi e per lui diventa tutto nero.
Per noi, spettatori impotenti, il mondo inizia a girare fortissimo intorno e non c’è modo di fermarlo.
Tirano fuori Alex. La scena è drammatica e chi l’ha vista non se la scorderà più. La scena prevede tanto sangue e tutto quello che si può fare per fermare un emorragia così grave. Ve la risparmio.
Quando lo vedo sulla barella, col collare, intubato e con una montagna di garze sterili un po’ ovunque, ho paura. Neanche mi rendo conto di piangere.
Avrebbero potuto mandarlo a Dresda. Secondo i medici che lo soccorsero, lì non erano attrezzati. Lo misero su un elicottero e decisero che avrebbe dovuto rimanerci un’ora, per arrivare a Berlino. Se ci fosse arrivato, forse avrebbe potuto salvarsi. Lì per lì sembrava una pazzia. Lo sembra tutt’ora, a pensarci bene.
Nel racconto c’è un altro personaggio. Anzi, altri due per la verità. Sono un uomo e una donna. L’uomo non ha nome, si sa solo che era tedesco ed era molto grosso. La donna si chiama Ashley Judd. Quella Ashley Judd. E’ moglie di un collega di Alex, e afferma di aver visto il signore tedesco urlare, mentre l’elicottero andava via nel silenzio generale, che Alex ce l’avrebbe fatta.
A Berlino, intanto, Alex arriva ancora vivo. Dopo otto ore d’intervento, esce dalla sala operatoria. La gamba destra amputata sotto il ginocchio, quella sinistra sopra. All’ospedale arrivano tutti i suoi colleghi. E’ passata un’ora e mezza dal momento del botto a quando è iniziata l’operazione. Aveva tenuto per se solo un litro di sangue, il resto lo ha lasciato in giro.
Passano quattro giorni. Alex esce dal coma farmacologico. Alex è rimasto con noi. Alex starà bene, ora dobbiamo solo aspettare.
Io quando lo vengo a sapere piango di nuovo. Non piango mai, ma quando si tratta di Alex mi è inevitabile. Così come piango quando lo si rivede in Tv, su Rai1. Sta bene e sorride.
A metà dicembre gli danno un premio. Alex è in platea con la sedia a rotelle, ma ha già le protesi. Poi, sparisce dal suo posto: lo hanno spinto dietro, nel backstage, perchè deve ritirare il premio e non può salire sul palco dalle scale.
Alex entra, seguito dallo staff che si sta occupando della sua riabilitazione.
E’ lì che Alex diventa un mito. Gli porgono la statuetta e lui molla la sedia a rotelle e si alza. Alex è di nuovo in piedi, dopo tre mesi dall’incidente. Non ve la dico neanche la mia reazione. Ma è la stessa di tutta la platea. E, infine, anche la sua. “Mi tremano le gambe” dice sorridendo.
Da lì in poi, Alex ha stupito il mondo. Se prima lo ha fatto come pilota, da quel momento in poi inizierà a farlo come uomo.
Tornerà a camminare, ad essere Alex. Dopo due anni dall’incidente, Alex torna in Germania. C’è da finire un lavoro, interrotto a tredici giri dalla fine da una stupida piroetta e da un incidente che gli ha cambiato la vita.
Ci lavorano su tanto, ma alla fine Alex, pure senza le gambe, riesce a rimettersi nella sua macchina e andrà a finire il lavoro, tra l’emozione del pubblico e la commozione dei suoi colleghi.
Alex fa gli ultimi tredici giri, quelli che mancavano in quella maledetta giornata. E li farà velocissimo. In quel week-end sarebbe stato il quinto tempo.
Quando l’ho incontrato per un’intervista, era in piedi davanti a me, ed è stato gentilissimo. Poi se n’è andato a mangiare, al tavolo vicino al mio. I meccanici lo ascoltavano mentre parlava e faceva ridere tutti.
Ce n’è abbastanza per voler provare a prendere esempio dal suo carattere. Ha fatto cose straordinarie, perchè ha un carattere e una forza di volonta straordinarie.
Dovendo scegliere una persona a cui ispirarmi, non posso fare a meno di pensare a lui.
Senza gambe, da handicappato, credo di aver dimostrato qualcosa. Di aver fatto sapere a tanti che dietro ogni conquista ci sono spesso soluzioni semplici. Che certi traguardi, una volta raggiunti, possono sembrare magici, ma di magico hanno poco.
Io non sono superman. Sono solo un tipo ottimista, che ha avuto una vita meravigliosa e continua ad averla, perchè sa apprezzare quanto di buono rimasto. Sono tornato al Lausiztzring anche per questo, per mostrare il pezzo di strada che ho fatto a chi è alla ricerca di un’ispirazione per risistemare la propria vita. Ma non prendetemi troppo sul serio. Forse la vera ragione che mi ha spinto a “finire” quella corsa è che, come dice mio cognato, sono un gran ruffiano e mi servava un finale straordinario per il libro.
Comunque mi sono divertito. E adesso, sotto con il resto.

Passa pure [e fatti notare]

1 Commento // Scritto il 07 lug 2005 // Personal
Sai cos’è importante? Passare lasciando segni. Fregartene di ciò che pensa la gente, sopratutto se credi che sia sbagliata l’opinione che hanno di te. E’ inutile ricamarci sopra.
Ma non puoi permetterti di non far sapere che sei passato.
Entra nella vita delle persone, sconvolgi tutto, e vedi cosa ne esce. Nella migliore delle ipotesi, cambierai tutto in positivo. Entrerai per non uscire più. Se poi sbagli persona, se riesci solo a incasinargli l’esistenza, va bene lo stesso. Si sarà accorta che sei passato. Ti odierà, magari. Ma non gli sarai indifferente.
Sai perchè tutto questo? Perchè la gente lo fa con te, tutti i giorni, senza che tu te ne accorga. Per un milione di motivi diversi, necessità diverse: di autostima, di attenzioni, di sicurezza. O anche solo per gioco. Tutti quelli che incontri sperano sempre che tu ti ricordi di loro, perchè passare indifferenti sarebbe insopportabile.
In fondo, ci sono persone che non sopportano di essere odiate. Che cercano di piacere a tutti. Sono i casi più gravi: non solo non vogliono passare indifferenti, ma pretendono di essere sempre nel giusto. Paradossalmente, fanno tutto il contrario. Figo, no?
Vabbè, senza tanti giri di parole, il punto è questo: passa nella vita delle persone e fagli capire che sei passato. Fregandone di che senso queste persone daranno al tuo passaggio. L’importante è passare.
Ora vado. Ci sono troppe vite in cui ancora non sono passato.

Infine…

2 Commenti // Scritto il 03 lug 2005 // Personal
E così finisce anche la mia settimana da solitario. Senza nessuna regola, nessun orario, nessun problema. Casa tutta per me, motorino pure, e pure le cose che voglio fare.
Non è sempre facile stare da solo. Devi lavartiivestiti, stiratelidasolo e, sopratutto, cucinareelavare i piatti. Ma vabbè, si sopporta. Anzi, tutto sommato si può anche rischiare di divertirsi a prendersi cura di casa.
Se poi di mezzo ci si mette qualche persona che non vedi da un po’ ma che fa sempre piacere vedere, più un paio di spettacoli da vedere di quelli che ce ne dovrebbero essere sempre e tutto ciò che ha portato l’ultima di BlaBlaBla, vivere da solo per una settimana diventa molto più che semplicemente accettabile.
In fondo, finisce la settimana e sono abbastanza contento. Non mi sento ancora in vacanza, mi piacerebbe tanto sentirmici, ma la verità è che non è così e non lo sarà per un po’.
Però va bene così, per ora. Per questa notte almeno.
Poi nelle prossime settimane sono attesi cambiamenti importanti. E, pure se non arriveranno, chissenefrega. L’importante è avere qualcosa da aspettare, qualcosa che non vedi l’ora di fare. Perchè il fare qualcosa che ti piace vale tanto quanto aspettarlo per giorni, settimane, anche mesi.
Il tutto è ben lontano dall’essere perfetto. Ma per fortuna è anche ben lontano dall’essere insopportabile.

L’ultima medicina

2 Commenti // Scritto il 02 lug 2005 // Personal
E così è finita. Mi dispiace un casino. Come al solito, quando inizi a trovarti bene è il momento di andar via.
C’ho un po’ di malinconia. Mi mancherà tutto, anche le rotture di coglioni. Perchè, in fondo, sono rotture di coglioni piacevoli. Niente in confronto a quello che devi fare gli altri giorni.
Era una cosa nuova, strana, coinvolgente. Un modo per rilassarsi, l’ho detto migliaia di volte. Solo che…
 
Solo che è finito. Si conclude alla grande, come al solito. Me davanti al greenscreen. Uno sballo. Poi davanti alle telecamere a ballare la sigla con tutti gli altri. Mi guarderò e mi troverò ridicolo. Ma che bello poterlo fare.
Sono stato così bene. Mi dispiace ancora di più a ripensarci. Era una cosa così strana per me. Particolare. Se volevo un cambiamento, beh quello era un cambiamento ogni settimana. Un motivo in più.
E ora, ovviamente, è un motivo in meno.
Oggi era l’ultima medicina. Da domani me la devo cavare senza. Non sono sicuro sicuro di riuscirci.
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