Pulp, molto pulp. Pure troppo.

Scritto il 18 mag 2005 // Personal.

Non so se avete mai provato a trascrivere un sogno. Io ci ho perso il pomeriggio. Ne è uscito fuori uno dei tanti racconti che scrivo e che non faccio leggere a nessuno. Ma che continuerò a correggere all’infinito fino a che non diventerà una cosa completamente diversa dall’idea che avevo all’inizio.
La mania di dare alla protagonista sembianze conosciute, quasi sempre quelle di un’amica, complica molto le cose. Se, per esempio, immagini che questa debba farsi molto male o fare qualcosa di assolutamente terribile, poi ti dispiace di averla condannata ad un destino così atroce.
Allo stesso tempo, ti compiaci a pensare ad un fantomatico lettore che potrebbe provare lo stesso tuo sentimento verso quel personaggio conosciuto due pagine prima. Il che è estremamente presuntuoso, oltre che assolutamente fuori luogo: in fondo so già che non lo farò leggere a nessuno e l’unico che rimarrà di sasso per il finale a sorpresa sarò io. Io consapevole di questo fin dalla prima frase, che vede la biondina tenere la pistola con i pollici incrociati mentre cammina in uno scenario così brutto che è costruito apposta.
Ad ogni modo, se ogni tanto a scrivere mi ci metto, un motivo c’è: probabilmente, non ho voglia di tenermi dentro certe idee, magari perchè corro il rischio di andarle a raccontare a qualcuno.
Magari buttarle da qualche parte fa in modo che questi personaggi nascano, non parlino mai, si ammazzino e rimagano nelle pagine senza venire liberati da nessun’altro eccezion fatta per l’autore, forse troppo pudico per rivelare quella parte di violenza che ogni tanto, ma neanche troppo sporadicamente, immagina. Per inciso, c’è chi mi è molto vicino e ha scritto di ben più violento.
Ma la cosa è diversa: la violenza fisica tra persone è troppo limitativa. "Non sono molte le cose che puoi fare a qualcuno senza ammazzarlo velocemente", dice un’autrice che in comune con me ha l’abitudine di non far leggere ciò che scrive. E’ la violenza psicologica quella che ha sempre fatto mangiare gli autori "pulp" e continuerà a farlo. Di fatto, con la psicologia puoi fare quello che vuoi. Non puoi, dice sempre l’autrice, far spuntare un terzo braccio a qualcuno solo per aumentare la sua capacità distruttiva. Ma puoi, al contrario, far spuntare nella psiche dei tuoi personaggi un sadismo che suona come il sale negli occhi. Il cecchino nascosto nel buio che decide di non uccidere la preda, ma di ferirla e lasciare che questa trovi un riparo dal quale non potrà uscire senza beccarsi una nuova, e non mortale, pallottola.
Se sei davvero bravo riesci a fare in modo che chi legge speri nella salvezza della preda immedesimandosi fino in fondo in lei. Se, dopo ore di tentativi e tre pallottole, la preda decidesse di spararsi per porre fine alla situazione, è come se il tuo stesso lettore si sia portato autonomente la pistola alla testa. E prima che legga l’ultima parola, sarà ancora nello stato di trance che segue il tentativo di distaccarsi da una storia che non avrebbe mai voluto iniziare a leggere. E, sopratutto, della quale non avrebbe mai voluto conoscere il finale.

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