Archivio di maggio 2005

Tutto fuori

Lascia un commento // Scritto il 29 mag 2005 // Personal

Il sabato sera delle luci e del divertimento è lontano. Non siamo mai stati una di quelle coppie che mollano tutto. Che scompaiono. Che, peggio ancora, escono solo con altre coppie.
Ma la verità è che a stento possiamo parlare di me e te come noi. Solo certe volte, talmente poche in relazione alle cose che vorremmo dirci. Lasciamo il sabato sera scorrere fuori dalla porta. Per una volta, chiudi la tua solarità dentro casa e ne fai qualcosa di esclusivo.
Stai ore a sussurrare tutto quello che ti tieni dentro quando stai lontana. Io sto ore ad ascoltarti per ripetermi queste parole quando non ci sarai. Gente entra ed esce. Esistenze si incrociano fuori dalla porta. Dentro, il tempo si ferma e, per una volta, ci si sente un po’ meno soli. Non importa quante persone hai intorno a te. Importa che quelle riescano a ripagare tutti i tuoi bisogni. Fosse anche voler chiudere tutto fuori.

Mille…

4 Commenti // Scritto il 20 mag 2005 // Personal

Mille. E’ un numero grande. L’ingegner Cane, alias Fabio De Luigi, del mille ha fatto un tormentone.
Potrei elencare tutto ciò che è mille nella vita di tutti i giorni: mille sono le persone che incrociamo con lo sguardo ogni giorno e non conosceremo mai. Mille sono le persone che abbiamo conosciuto e che abbiamo perso di vista. In un telefilm che guardavo, una volta la protagonista ha detto "La morte è come il sesso al liceo. Se sapessi quante volte ci sei andato vicino, ti verrebbe un colpo". Allora potrebbero essere mille le volte che abbiamo rischiato di lasciarci le penne e mille quelle che abbiamo rischiato di fare sesso.
Sarebbero mille i sette nani, se si incontrassero con altri novecentonovantatrè minatori minuscoli. Sono mille anche le visite di questo blog.
Non mi illudo di ringraziare i mille visitatori che sono venuti qui, perchè lo so che siete sempre i soliti dieci che siete entrati cento volte a leggere.
Ma anche voi sareste mille, se incontraste altri novecentonovanta che spendono tempo per leggere ciò che scrivo. Mille è un sacco di cose.
Compresi i grazie che vi devo per aver letto il blog.

Pulp, molto pulp. Pure troppo.

Lascia un commento // Scritto il 18 mag 2005 // Personal

Non so se avete mai provato a trascrivere un sogno. Io ci ho perso il pomeriggio. Ne è uscito fuori uno dei tanti racconti che scrivo e che non faccio leggere a nessuno. Ma che continuerò a correggere all’infinito fino a che non diventerà una cosa completamente diversa dall’idea che avevo all’inizio.
La mania di dare alla protagonista sembianze conosciute, quasi sempre quelle di un’amica, complica molto le cose. Se, per esempio, immagini che questa debba farsi molto male o fare qualcosa di assolutamente terribile, poi ti dispiace di averla condannata ad un destino così atroce.
Allo stesso tempo, ti compiaci a pensare ad un fantomatico lettore che potrebbe provare lo stesso tuo sentimento verso quel personaggio conosciuto due pagine prima. Il che è estremamente presuntuoso, oltre che assolutamente fuori luogo: in fondo so già che non lo farò leggere a nessuno e l’unico che rimarrà di sasso per il finale a sorpresa sarò io. Io consapevole di questo fin dalla prima frase, che vede la biondina tenere la pistola con i pollici incrociati mentre cammina in uno scenario così brutto che è costruito apposta.
Ad ogni modo, se ogni tanto a scrivere mi ci metto, un motivo c’è: probabilmente, non ho voglia di tenermi dentro certe idee, magari perchè corro il rischio di andarle a raccontare a qualcuno.
Magari buttarle da qualche parte fa in modo che questi personaggi nascano, non parlino mai, si ammazzino e rimagano nelle pagine senza venire liberati da nessun’altro eccezion fatta per l’autore, forse troppo pudico per rivelare quella parte di violenza che ogni tanto, ma neanche troppo sporadicamente, immagina. Per inciso, c’è chi mi è molto vicino e ha scritto di ben più violento.
Ma la cosa è diversa: la violenza fisica tra persone è troppo limitativa. "Non sono molte le cose che puoi fare a qualcuno senza ammazzarlo velocemente", dice un’autrice che in comune con me ha l’abitudine di non far leggere ciò che scrive. E’ la violenza psicologica quella che ha sempre fatto mangiare gli autori "pulp" e continuerà a farlo. Di fatto, con la psicologia puoi fare quello che vuoi. Non puoi, dice sempre l’autrice, far spuntare un terzo braccio a qualcuno solo per aumentare la sua capacità distruttiva. Ma puoi, al contrario, far spuntare nella psiche dei tuoi personaggi un sadismo che suona come il sale negli occhi. Il cecchino nascosto nel buio che decide di non uccidere la preda, ma di ferirla e lasciare che questa trovi un riparo dal quale non potrà uscire senza beccarsi una nuova, e non mortale, pallottola.
Se sei davvero bravo riesci a fare in modo che chi legge speri nella salvezza della preda immedesimandosi fino in fondo in lei. Se, dopo ore di tentativi e tre pallottole, la preda decidesse di spararsi per porre fine alla situazione, è come se il tuo stesso lettore si sia portato autonomente la pistola alla testa. E prima che legga l’ultima parola, sarà ancora nello stato di trance che segue il tentativo di distaccarsi da una storia che non avrebbe mai voluto iniziare a leggere. E, sopratutto, della quale non avrebbe mai voluto conoscere il finale.

Google consiglia… cancellate questo space

2 Commenti // Scritto il 17 mag 2005 // Personal

Ho scoperto che se cercate Come cancellare il tuo Msn space su Google, la prima pagina che esce è questo blog. Qualche utente aveva deciso di chiudere il suo blog cercando il modo su internet e internet lo ha mandato qui.
Il messaggio, forse, era "se lo tiene aperto lui, puoi farlo anche tu". Potrei anche arrabbiarmi se per SMS non mi fosse arrivata la notizia che, cercando bufale online, sempre su Google, il primo sito che trovate è quello di Forza Italia. Una cosa così bella, quasi quanto la ricerca delle immagini legate alla parola coglione e il primo, straordinario, risultato, non può che farmi perdonare Google.

Tra il serio e il faceto, la giornata dell’improduttività è andata in porto. Picchi giornalieri: la conclusione delle missioni di guida di GT4 e la produzione dell’ennesimo articolo di attualità sulla F1 che nessuno leggerà fino in fondo.
Visto che so come fanno quelli che leggono, ho messo una sola volta la parola Ferrari per complicargli la ricerca della parte che gli interessa. E che, probabilmente, li avrà lasciati delusi.
Ma, tutto sommato, non c’è stato solo questo: ho offerto passaggi in macchina che mi sono costati il posto trovato sotto casa (e chi sa dove abito apprezzerà lo sforzo) e, sopratutto, ho riscoperto il piacere di scoprire musica. Ovvero, ascoltare canzoni mai ascoltate prima. Volontariamente.
Non si tratta di ascoltare la radio, si tratta di andarsele a cercare e sperare di aver visto bene. Sperare che chi le abbia scritte abbia deciso di mettere le note nell’ordine giusto. Questa volta ci sono riusciti i Keane.
Gruppo che non è affatto sconosciuto, che sta passando tantissimo in radio con "This is the last time", forse il motivo principale che mi spinge a mettermi le cuffie e a lasciare che il loro album faccia da colonna sonora ai ricordi che mi va di far passare dalla finestra. La cura migliore contro la monotonia delle giornate dell’improduttività.

Se, dopo questo post, volete cancellare il vostro MSN Space, fatelo. Google consiglia.

JRL

Lascia un commento // Scritto il 16 mag 2005 // Oggi ti consiglio...

La mia limitata capacità di concedere la tanto agognata seconda possibilità è rimasta inalterata. Così arriviamo all’ultima puntata del cambiamento più grosso degli ultimi mesi.
Nei rapporti interpersonali è necessario che sia buona la prima. Ora, visto che la prima non è stata affatto buona ma di far finta di niente non c’ho più voglia, concediamo la seconda o passiamo per il tranquillo giochetto del “facciamo finta che tu sia una qualunque” ?. Da qualche settimana è in auge il giochetto, le cose funzionano così e non c’ho voglia di cambiarle. Anche se la conosco da quasi otto anni.
Però sento fortissimo il rischio, ogni volta che alza lo sguardo o mi dice qualcosa, che si prenda improvvisamente la seconda possibilità. Lo dico pubblicamente, se succede voglio essere legato ad una sedia e costretto a vedere per ventiquattr’ore film francesi. Senza offesa per la mia amicona ona ona di Nantes.
Di contro, l’influenza ha eliminato un po’ di lavoro che mi sarei proprio sorbettato volentieri. E’ risaputo che io non metto mai buona volontà in nulla. Quando ce la metto, il mio organismo ne risente e mi viene la febbre. D’ora in avanti, se mi vedete fare qualcosa con entusiasmo, sarò prossimo all’ennesima stupidissima influenza.
Con grande soddisfazione della donna saggia che aveva pronosticato anche la malattia.

Vi lascio con un capitolo dell’ultimo libro che ho letto. Colui che scrive è, almeno per me, un genio. La storia che narra, con toni nettamente meno drammatici, è qualcosa che mi sembra di aver vissuto un po’ di mesi fa. I ruoli sono sempre quelli: lui e lei. E, almeno nella mia parte di storia, le solite seconde possibilità.

“Ore 19.58
Jane si calò dalla finestra e raggiunse la spiaggia a piedi. O meglio, tentò di farlo. In realtà doveva fermarsi e spingersi verso la spiaggia. Il vento era così forte da farla quasi finire a gambe all’aria. Frustò la sua lunga camicia da notte come un lenzuolo messo a stendere su un filo. I suoi piedi nudi erano caldi. Si sentiva come in trance.
Jared l’aveva abbandonata. L’aveva convinta a fare quel che voleva lui, e ora che aveva assaggiato il frutto se n’era andato, e lei era una donna disonorata.
Mentre lottava per raggiungere la spiaggia, vide un grosso ramo di un albero scivolare lungo la strada, e altri frammenti indistinti andargli appresso.
Udì un fischio sulla sua testa, e alzò lo sguardo per vedere uno strano spettacolo. Una raccolta di giornali, cappelli da uomo e un ombrellone roteavano proprio sopra di lei. Era l’ombrello, immaginò, a fare quel suono fischiante.
Tutta quella spazzatura sembrò raccogliersi in un mulinello sulla sua testa, poi venne spazzata via.
Si guardò alle spalle giusto in tempo per vedere quelle cianfrusaglie cadere sulla strada, ma l’ombrellone fu ripreso dal vento e scagliato al di sopra di una recinzione e dentro un cortile, dove si infilò tra i rami di un albero per restare lì, immobile.
Jane pensò: Questa tempesta sarà una di quelle buone. Bene. Mi pare proprio giusto farlo durante una tempesta. Gli starà proprio bene. Quando mia madre troverà il messaggio, quando lui lo verrà a sapere, sarà distrutto.
Naturalmente prima di annegarmi devo arrivare fino alla spiaggia.
E quello era il difficile. Era come se il vento cercasse di trattenerla.
Spingi quanto ti pare, pensò lei. Spingi con tutta la forza, ma io ce la farò, perchè ho deciso di farcela.
Ci volle del tempo, ma finalmente arrivò vicino alla spiaggia e vide con stupore che le onde erano veramente grosse. Non aveva mai visto niente del genere, prima di allora. Si schiantavano e scagliavano in alto, un biancore color latte.
Quando raggiunse l’avvallamento dove lei e Jared s’erano sdraiati tante volte, lo trovò pieno d’acqua e l’acqua aveva un odore orribile, come qualcosa di troppo maturo. Il vento le afferrava la camicia da notte, spingendola indietro in un modo da farla sembrare uno spettro.
Jane prese la camicia da notte e se la strappò di dosso, restando nuda sul bordo dell’avvallamento.
Le onde si levarono ancora più in alto mentre se ne stava lì, e si abbatterono sull’avvallamento con violenza, rovesciandole addosso tanta di quell’acqua da farla quasi cadere.
Arretrò senza rendersene conto.
Pensò di nuovo: Ben gli sta.
Mi troveranno nuda, annegata, una splendida visione sprecata dal suo gesto. La sua colpa se la porterà appresso fino alla tomba.
Fece un passo avanti, dentro l’avvallamento, e andò giù, ma proprio in quel momento una grande ondata le piombò addosso e la gettò fuori dall’avvallamento, sulla spiaggia.
Sbalordita, alzò lo sguardo. Le onde erano già tornate e si apprestavano ad abbattersi su di lei, e in quelle grandi onde le parve di vedere il profilo di un volto d’acqua, la faccia di un grande dio infuriato. Poi venne travolta e risucchiata in mare.
Sott’acqua lottò per respirare e pensò: devo solo aprire la bocca, nient’altro, e sarà tutto finito. Nel modo più rapido.
Ci provò. La quantità minima d’acqua salmastra che le filtrò tra le labbra aveva un gusto orribile, immondo.
Apri di più. Inghiotti, si disse.
Ma non ci riusciva.
Sono un’indiota, pensò.
Ho solo diciott’anni.
Non voglio morire.
Chi potrà mai sapere che mi sono concessa?
Forse sono incinta e forse no. Mi è venuto dentro.
Se sono incinta mi ammazzo. Ma non così. Non per lui.
Jared mi dimenticherà. Forse non saprà mai che sono morta. Che scema che sono.
E pure se sono incinta, non voglio morire.
Nei libri non morivano mai in questo modo. Era così bello. Non faceva male. L’acqua non aveva un sapore schifoso.
Lottò con forza, risalì, cavalcando l’onda, spinta avanti da essa. E l’onda la portò davanti a sé come se fosse una portabandiera, poi la lasciò cadere sulla sabbia bagnata e le piombò addosso, strappandole la pelle dalla faccia, dai seni e dalle gambe.
Poi la riportò indietro e la cacciò sotto la tenebra dei marosi, e la tenne lì.”

L’anno dell’uragano – JRL

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