La mia limitata capacità di concedere la tanto agognata seconda possibilità è rimasta inalterata. Così arriviamo all’ultima puntata del cambiamento più grosso degli ultimi mesi.
Nei rapporti interpersonali è necessario che sia buona la prima. Ora, visto che la prima non è stata affatto buona ma di far finta di niente non c’ho più voglia, concediamo la seconda o passiamo per il tranquillo giochetto del “facciamo finta che tu sia una qualunque” ?. Da qualche settimana è in auge il giochetto, le cose funzionano così e non c’ho voglia di cambiarle. Anche se la conosco da quasi otto anni.
Però sento fortissimo il rischio, ogni volta che alza lo sguardo o mi dice qualcosa, che si prenda improvvisamente la seconda possibilità. Lo dico pubblicamente, se succede voglio essere legato ad una sedia e costretto a vedere per ventiquattr’ore film francesi. Senza offesa per la mia amicona ona ona di Nantes.
Di contro, l’influenza ha eliminato un po’ di lavoro che mi sarei proprio sorbettato volentieri. E’ risaputo che io non metto mai buona volontà in nulla. Quando ce la metto, il mio organismo ne risente e mi viene la febbre. D’ora in avanti, se mi vedete fare qualcosa con entusiasmo, sarò prossimo all’ennesima stupidissima influenza.
Con grande soddisfazione della donna saggia che aveva pronosticato anche la malattia.
Vi lascio con un capitolo dell’ultimo libro che ho letto. Colui che scrive è, almeno per me, un genio. La storia che narra, con toni nettamente meno drammatici, è qualcosa che mi sembra di aver vissuto un po’ di mesi fa. I ruoli sono sempre quelli: lui e lei. E, almeno nella mia parte di storia, le solite seconde possibilità.
“Ore 19.58
Jane si calò dalla finestra e raggiunse la spiaggia a piedi. O meglio, tentò di farlo. In realtà doveva fermarsi e spingersi verso la spiaggia. Il vento era così forte da farla quasi finire a gambe all’aria. Frustò la sua lunga camicia da notte come un lenzuolo messo a stendere su un filo. I suoi piedi nudi erano caldi. Si sentiva come in trance.
Jared l’aveva abbandonata. L’aveva convinta a fare quel che voleva lui, e ora che aveva assaggiato il frutto se n’era andato, e lei era una donna disonorata.
Mentre lottava per raggiungere la spiaggia, vide un grosso ramo di un albero scivolare lungo la strada, e altri frammenti indistinti andargli appresso.
Udì un fischio sulla sua testa, e alzò lo sguardo per vedere uno strano spettacolo. Una raccolta di giornali, cappelli da uomo e un ombrellone roteavano proprio sopra di lei. Era l’ombrello, immaginò, a fare quel suono fischiante.
Tutta quella spazzatura sembrò raccogliersi in un mulinello sulla sua testa, poi venne spazzata via.
Si guardò alle spalle giusto in tempo per vedere quelle cianfrusaglie cadere sulla strada, ma l’ombrellone fu ripreso dal vento e scagliato al di sopra di una recinzione e dentro un cortile, dove si infilò tra i rami di un albero per restare lì, immobile.
Jane pensò: Questa tempesta sarà una di quelle buone. Bene. Mi pare proprio giusto farlo durante una tempesta. Gli starà proprio bene. Quando mia madre troverà il messaggio, quando lui lo verrà a sapere, sarà distrutto.
Naturalmente prima di annegarmi devo arrivare fino alla spiaggia.
E quello era il difficile. Era come se il vento cercasse di trattenerla.
Spingi quanto ti pare, pensò lei. Spingi con tutta la forza, ma io ce la farò, perchè ho deciso di farcela.
Ci volle del tempo, ma finalmente arrivò vicino alla spiaggia e vide con stupore che le onde erano veramente grosse. Non aveva mai visto niente del genere, prima di allora. Si schiantavano e scagliavano in alto, un biancore color latte.
Quando raggiunse l’avvallamento dove lei e Jared s’erano sdraiati tante volte, lo trovò pieno d’acqua e l’acqua aveva un odore orribile, come qualcosa di troppo maturo. Il vento le afferrava la camicia da notte, spingendola indietro in un modo da farla sembrare uno spettro.
Jane prese la camicia da notte e se la strappò di dosso, restando nuda sul bordo dell’avvallamento.
Le onde si levarono ancora più in alto mentre se ne stava lì, e si abbatterono sull’avvallamento con violenza, rovesciandole addosso tanta di quell’acqua da farla quasi cadere.
Arretrò senza rendersene conto.
Pensò di nuovo: Ben gli sta.
Mi troveranno nuda, annegata, una splendida visione sprecata dal suo gesto. La sua colpa se la porterà appresso fino alla tomba.
Fece un passo avanti, dentro l’avvallamento, e andò giù, ma proprio in quel momento una grande ondata le piombò addosso e la gettò fuori dall’avvallamento, sulla spiaggia.
Sbalordita, alzò lo sguardo. Le onde erano già tornate e si apprestavano ad abbattersi su di lei, e in quelle grandi onde le parve di vedere il profilo di un volto d’acqua, la faccia di un grande dio infuriato. Poi venne travolta e risucchiata in mare.
Sott’acqua lottò per respirare e pensò: devo solo aprire la bocca, nient’altro, e sarà tutto finito. Nel modo più rapido.
Ci provò. La quantità minima d’acqua salmastra che le filtrò tra le labbra aveva un gusto orribile, immondo.
Apri di più. Inghiotti, si disse.
Ma non ci riusciva.
Sono un’indiota, pensò.
Ho solo diciott’anni.
Non voglio morire.
Chi potrà mai sapere che mi sono concessa?
Forse sono incinta e forse no. Mi è venuto dentro.
Se sono incinta mi ammazzo. Ma non così. Non per lui.
Jared mi dimenticherà. Forse non saprà mai che sono morta. Che scema che sono.
E pure se sono incinta, non voglio morire.
Nei libri non morivano mai in questo modo. Era così bello. Non faceva male. L’acqua non aveva un sapore schifoso.
Lottò con forza, risalì, cavalcando l’onda, spinta avanti da essa. E l’onda la portò davanti a sé come se fosse una portabandiera, poi la lasciò cadere sulla sabbia bagnata e le piombò addosso, strappandole la pelle dalla faccia, dai seni e dalle gambe.
Poi la riportò indietro e la cacciò sotto la tenebra dei marosi, e la tenne lì.”
L’anno dell’uragano – JRL